Fotografie

Roma, 23 dicembre 2014.

Ho noleggiato una bicicletta elettrica.
Ho comprato tempo fa un coupon su internet: sconto del 50 per cento sul prezzo totale del noleggio giornaliero! Andata, via, fatto, comprato!
Era da un po’ che volevo farmi un giro per la mia città in lungo e in largo avvalendomi di una bicicletta elettrica, quella che ha la “pedalata assistita” per intenderci. Quindi, una volta comprato il “deal”, con determinazione, quella stessa che da un po’ mi manca nella vita, ho chiamato il numero per la prenotazione (quando si comprano questi cosiddetti “affari” su internet, successivamente devi sempre chiamare un numero per prenotare) ed eccomi qui, puntuale davanti al noleggio e pronto a partire.
Fa freddo, è forse il primo giorno freddo dell’inverno, ma la voglia è grande e non ho nessuna remora!
Quando entro nel negozio mi accorgo subito che il tizio all’accoglienza è un po’ burbero, ma allo stesso tempo sembra pratico e svelto; mi è simpatico perché sotto sotto mi somiglia.
Esaurita la piccola coda che c’è, mi presento, con tanto di scontrino elettronico in mano: lui fa altrettanto. Poi inizia le spiegazioni del caso: lo ascolto attentamente, mi spiega come funziona la bici, lo fa rapidamente, del resto è un tipo “sintetico”. Gli faccio segno che ho capito tutto, quindi lo ringrazio, monto in sella e parto. Sono le 11, fa ancora molto freddo e il cielo è coperto ma il mio entusiasmo è grande e lo trasmetto tutto alle mie gambe che a loro volta spingono sui pedali quel tanto che basta per muovere la bicicletta. Insomma ci sono, l’avventura è partita.
Mentre pedalo liberamente, mi sento sereno, ed è probabile che questo sia il motivo per cui penso e mi pongo alcune domande. Sono tutte domande a cui non so dare una risposta precisa e dettagliata, no. Il mio catatonico stato di serenità non lo permette. Il mio cervello elabora un qualcosa per cui non è prevista una risposta, come se non ne sentisse la necessità.
Nel frattempo percorro tutto il Tevere, il lungofiume per l’esattezza, arrivando in prossimità dello stadio Olimpico, passando tutti i circoli dei canottieri romani, quelli dove da ragazzino andavo a guardare gli allenamenti degli amici.
Poi succede una cosa strana: mi scopro un ascoltatore, nel senso che ascolto il rumore della natura; le acque, il vento, qualche ciclista sperduto che incontro insieme a tizi solitari che corrono a piedi o che camminano apparentemente senza una mèta. Mi chiedo cosa provano, a cosa pensano, cosa stanno facendo, a cosa serve quell’azione che stanno intraprendendo. Mi chiedo, ecco, questo è il termine più appropriato: chiedermi. Ma è ovvio che sono tutti quesiti destinati a non avere risposta.
Passo Ponte Duca di Aosta, risalgo sopra la strada e passo dall’altra parte del fiume percorrendo ponte Milvio, ed è proprio qui che mi ritorni in mente.

Era un pomeriggio d’inverno, forse era poco dopo l’inizio del 2013, la data non la ricordo; so soltanto che avevamo appena ritirato la tua automobile dalla carrozzeria, quindi eravamo andati a prenderci un tè caldo in un freddo e deserto bar proprio di fronte a ponte Milvio. Il ricordo di quel bar vuoto mi perseguita; anche perché ci sono luoghi che deserti affascinano ed altri che al contrario deprimono. Del resto per me funziona così, nel senso che mi è capitato spesso di provare questo tipo di sensazioni nella mia vita. Lo strano è che non so dargli, nell’economia dell’esistenza, né una collocazione temporale specifica, né tantomeno una soggettiva; sono solo stati di sofferenza.

Ricordo che, consumato il tè, siamo usciti dal bar e prima di tornare al parcheggio dove avevamo lasciato la macchina, abbiamo fatto una breve camminata. Ponte Milvio sta proprio di fronte a quel bar, quindi nonostante il freddo pungente lo abbiamo attraversato tenendoci abbracciati come due persone apparentemente normali, dirigendoci, a piedi, dall’altra parte.
L’alito fumante, tipico delle giornate molto fredde, si perdeva nell’aria, al pari delle nostre poche parole. Parlavamo delle nostre paure e di quello che sarebbe potuto accadere alle nostre vite e alle nostre persone oltre che alle persone legate alle nostre persone. I colori arancioni delle luci del ponte creavano un’aurea di tristezza infinita. Spesso le situazioni di vita invernali sono affascinanti: la pioggia, la neve o la tramontana, il freddo e gli alberi spogli piuttosto che l’oscurità delle brevi giornate che sembrano tutte uguali. Ma ci sono situazioni, e quella per me era una di queste, dove tutto, invece, appare semplicemente più brutto.
Dopo pochi minuti di cammino ci siamo ritrovati dall’altro lato del ponte, dove ci siamo fermati per qualche minuto, appoggiandoci all’argine. E’ lì che ci siamo baciati. Apparentemente poteva sembrare un bacio normalissimo, tra due innamorati, ma in fondo entrambi sapevamo che c’eravamo appena dati un bacio pauroso.
Nonostante all’epoca fossimo nel pieno della nostra storia, io mi sentivo già abbastanza inquieto, consapevole di vivere un sentimento contrastato che si era ormai impossessato di me al punto tale da farmi spesso perdere il controllo su tutto. In quel momento non potevo ancora avere il convincimento che avrei elaborato nel corso degli anni successivi, ossia che probabilmente io e te ci avvicinammo nel reciproco bisogno, come se qualcuno avesse deciso di alzare il sipario sulle nostre vite sentimentali svelandoci ciò che sembrava non funzionare più come una volta.

Riprendo a pedalare forte sulla bicicletta elettrica, passando decisamente alla prestazione fisica, evitando di guardare il contorno, fino ad “arrivare” il prima possibile dove non so nemmeno io cosa troverò.
Arrivo: è una piazza abbastanza famosa (piazza delle Muse), si trova in cima ad una salita, subito sopra la moschea, da dove si ammira un bellissimo panorama di Roma nord. E’ un posto dove andavo spesso da ragazzo insieme a Raffaella, che è stata per me assolutamente uno dei più grandi amori della mia vita. Mi fa effetto ripensarci, anche a distanza di così tanto tempo. In questo momento sono fermo e non mi faccio più domande. Scopro che la mia serenità se n’è andata via così come era arrivata: senza avvisare. Sento salire rapida dentro la tristezza, pronta, come sempre, a colpire lì dove non riesco ancora a difendermi. Ci vorrebbe un po’ di menefreghismo in questi casi, ma non fa per me; io non ci riesco proprio a fregarmene, non m’è mai riuscito di farlo se non a volte, forse, soltanto a parole, e per di più spesso mentendo, per cercare di salvare chi credevo ferito dalle mie azioni. Ma nonostante io sappia che tutto questo è un errore, continuo, imperterrito, a commetterlo, come se fossi preda di un diabolico incantesimo.

Sono le undici della mattina, il cielo è ancora coperto e fa freddo. I mie pensieri ritornano a te, a noi. Ho le mani gelate, il mio occhio destro lacrima copiosamente, esattamente come in quella notte di luglio, quando sdraiati malamente in una spiaggia vuota che non ci apparteneva più, cercavamo di raccogliere i pezzi di una storia mai nata.
So già di aver preso freddo, esattamente come quella volta, me lo sento addosso, ma voglio continuare, proprio come feci allora, sottovalutando tutti i segnali importanti che molto spesso la vita ci regala senza che noi ce ne accorgiamo.

Il bello di questa giornata che somiglia sempre di più alla mia vita di questo momento è che non so dove andare. Sento dentro un mix di stati d’animo senza nessun capo né coda.
Mi ritrovo in viale dei Parioli, poi percorro via Veneto quindi scendo in pieno centro storico: via del Corso e piazza Venezia. In un attimo, grazie anche alla pedalata assistita, sono di nuovo sul lungofiume, stavolta però al senso contrario, verso sud: viale Marconi, Basilica di San Paolo, via della Magliana. Fa ancora un freddo boia perché non c’è sole in questa giornata grigia. Resisto, pedalo senza pensare più a niente. Mi accorgo che ho fame, del resto sono ormai le 3 del pomeriggio. Continuo la strada scartando verso la Garbatella fermandomi davanti al palazzo della Regione Lazio. Spendo una buona mezz’ora per mangiarmi un ricco panino con tonno e pomodoro annaffiato da birra italiana; è un intermezzo perfetto prima di riconsegnare il mezzo elettrico al burbero del noleggio che immagino già in attesa.
Mentre consumo carboidrati, mi imbatto in uno “scambio” tra un uomo ed una donna al tavolo accanto al mio. Sento di aver bisogno di ascoltare le vite degli altri. Mi ritrovo a svegliare il mio udito e a fagocitare ciò che quei due si stanno dicendo. Parlano dell’ultimo dell’anno: lui se la tira un pochino, proponendo una cena al circolo degli artisti, lei ascolta, ride, non si oppone; è molto attenta a compiacerlo, infischiandosene delle (eventuali) conseguenze. Si sorridono a vicenda, in effetti sembrano più amici che altro, anche se sono quasi certo che vanno a letto insieme e nemmeno da pochissimo tempo. Lo penso. Ho ripreso a pensare.
Mentre bevo il mio caffè, la strana coppia, che ha appena finito di bere il proprio, è passata al fumo, questo comporta che a breve finiranno per alzarsi ed andarsene, lasciandomi probabilmente col dubbio esistenziale del loro ruolo all’interno di questo spicchio di tempo della mia vita. Ma, ovviamente, posso sopravvivere a tutto questo, rimontare tranquillamente in sella e percorrere l’ultimo tratto di strada che mi riporterà indietro. Lo faccio prima di quello che avevo immaginato, nel senso che mi alzo, restituisco il vassoio, pago il conto e mi avvio verso la panchina dove ho lasciato appoggiata la bicicletta mezz’ora prima. Mi accorgo che sto sorridendo, e questo mi regala un nuovo alito di serenità.
Mi sento felice.
Quando arrivo al negozio e riconsegno la bicicletta uscendo di nuovo in strada ho la certezza di essermi raffreddato. E’ molto probabile che domani, la vigilia di natale, avrò un problema di salute. Di solito quando mi accadono queste cose il mio umore muta in maniera repentina, ma stranamente stavolta non accade. Mi scopro nuovamente a sorridere tra me e me e, seppur infastidito, me ne vado con sensazioni positive che mi rimbalzano dentro strattonandosi a vicenda.
Il raffreddore monta, ma non ho voglia di ritornare a casa e mi invento un giro a piedi.
La temperatura si è inspiegabilmente rialzata, fa quasi caldo adesso, quindi ne approfitto e mi scopro meno colpevole della stronzata che (penso) sto per fare, ossia condividere la mia giornata e l’esperienza fatta con qualcuno di mia conoscenza utilizzando il telefono. Mi sento bene, sono tranquillo, probabilmente lo trasmetto anche a chi mi sta ascoltando dall’altro capo del telefono. Sono bravo a farlo, non mi sforzo quasi mai, sono fatto così. Percepisco la mia tranquillità nel tono della mia voce, mi ascolto la serenità e questo mi fa stare bene. Non penso a quanto durerà (poco), e lo faccio forse per la prima volta dopo molto tempo; anche perché non sono ancora in grado di capire che quelle che sto per fare sono telefonate dettate dell’ego e dai sensi di colpa che provo e che questo non è altro che uno stupido tentativo di voler dimostrare indipendenza verso chi interpreta tutto in maniera diversa.

Prima di andarmene a casa mi prendo il tempo per scattare una fotografia in piazza Navona.
Mi accovaccio posizionando la macchina fotografica verso la giostra illuminata e attendo che questa inizi il giro, quindi aziono l’autoscatto e realizzo la foto.
Quando la guardo attraverso lo schermo della mia macchina digitale, penso a quanto mi piacerebbe che la mia vita somigliasse a una fotografia, che potesse essere un fermo immagine statico, stabile, su cui poter costruire tutto ciò che non sono stato in grado di fare finora. Per un attimo mi convinco che vorrei cambiare molte delle cose successe, ma il desiderio mi passa subito, perché mi rendo conto che sarebbe sbagliato e controproducente. Non mi sforzo molto quindi per convincermi che alla fine tutto ciò che è accaduto era inevitabile, e che il destino è imprescindibile per la nostra crescita come esseri umani, e che, l’unica scena che si avvicina ad una fotografia, è la “fine” di qualcosa.

da “Battaglia per la felicità” di Massimiliano Novato

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