Prologo

Roma, 8 dicembre 2014.

La notte è fredda.
Un ponte non molto lungo separa due strade dove è evidente che l’asfalto è stato rifatto da poco. Sopra le teste delle pochissime persone che circolano c’è una scintillante luna da tramontana che illumina tutto a giorno. Un uomo cammina lentamente, è solo. L’inconfondibile gestualità lascia pensare che stia parlando al telefono e che il colloquio con l’interlocutore sia anche abbastanza concitato.

A due isolati di distanza una donna è ferma in macchina. Apparentemente sembra che non stia facendo nulla, ma dall’impercettibile movimento del braccio, accompagnato successivamente dal muoversi delle labbra, appare evidente che è impegnata in una conversazione telefonica.

Entrambi avvertono evidenti e nitidi dei rumori di sferragliamento, probabilmente uno dei due ha gli auricolari del telefono difettosi, ma questo è solo un dettaglio.
Ma chi ha chiamato chi?
Anche questo sembra un inutile dettaglio.

La conversazione prosegue, sempre più concitata. L’uomo si accorge che l’altro lato del ponte dove sta camminando si avvicina sempre di più, ma la sua sensazione è opposta: lontananza. La fine di quel ponte, l’altro lato per intenderci, sembra irraggiungibile, al pari, pensa, della decisione che dovrebbe prendere: prova paura e coraggio quasi nello stesso istante, conscio di essere a volte sull’orlo dell’inevitabile. Per un attimo gli manca l’aria, poi respira nuovamente, pensa che potrebbe morire anche lì, su quel ponte, in questa fredda notte di dicembre, ma tutto questo non accade, quindi ritorna in se, farfugliando al telefono un’accozzaglia di parole senza senso, qualcosa di simile ad una confessione autopunitiva che gli appare come l’unica giustizia delle cose. Poi gli tornano in mente pensieri e cose che sembrano accavallarsi furiosamente in una testa che pensa troppo, e lo fa male. Nel frattempo il tempo passa e il freddo si intensifica. La luna è testimone di quella scena quasi senza volerlo. Forse se potesse si volterebbe dal lato oscuro.
L’uomo continua a parlare imperterrito; pontifica dentro l’apparecchio il quale sembra quasi chiedere asilo. La donna dall’altro capo ascolta, accenna qualcosa, ora tenta una replica, ma non ci riesce. Lui non le permette di esprimersi, interrompendole diverse volte. Lei è distrutta, affranta, impotente, stanca, ferita quasi a morte da tutto quanto è successo negli ultimi due anni.
D’un tratto la comunicazione tra i due si interrompe.
L’uomo si è fermato, è tornato indietro e si trova esattamente a metà del ponte. Guarda in basso, la corrente del fiume scorre velocemente come fosse un time-lapse. I suoi ricordi tornano vivi. L’acqua che scorre lì sotto si aggroviglia formando tanti mulinelli impazziti e senza senso; è un andirivieni monotono che somiglia, pensa, alla sua vita.
Sente freddo.
Nella mano destra tiene stretto il telefono.
Prima di parlare nuovamente fa un gesto dove con l’altra mano, la sinistra, si tocca il viso. E’ un gesto che fa inavvertitamente. E’ un gesto che fa spesso quando piange. Anche adesso sta piangendo, lo percepisce dai polpastrelli delle dita bagnate che si stanno allontanando dal suo viso. Poi inizia di nuovo a camminare, quindi si ferma di nuovo e accenna a tornare indietro, ma cambia idea immediatamente e ritorna sui suoi passi, come in una assurda danza. La cognizione che ha del tempo è totalmente cambiata: anni che sembrano mesi, giorni che si schiacciano tra loro, ore che si allungano e sembrano durare un’eternità per poi tornare a durare un soffio.
Il tempo è indeterminato.
Dentro di se ha un desiderio: vorrebbe che le sue lacrime scorressero su strade solitarie dove nessuno potesse preoccuparsene, ma al contrario, dove cammina lui c’è sempre qualcuno che asciuga tutto con cura e dedizione, e amore.
Si, amore.

Il confronto riprende. Tentano entrambi una mediazione riuscendovi solo in parte.
Lei ascolta ancora, poi parla per pochi secondi prima di accendere l’automobile per raggiungerlo. Quando si incontrano c’è un momento di tregua dove tutte le rughe della stanchezza vengono fuori e lui sale in macchina senza dire più nulla.
L’auto parte. Durante il tragitto nessuno dei due parla, solo respiri.
Una volta giunti a destinazione, lui tenta nuovamente di dire qualcosa, ma quel “qualcosa” è un qualcosa di introspettivo, che non dovrebbe dire a nessuno se non a se stesso, recitando magari sopra un palcoscenico privo di spettatori e con una vittima e un carnefice che non siano diversi da nessun’altro; ma questo non accade.
E’ tardi e i due si salutano frettolosamente andandosene nelle rispettive case.
Due case diverse.
Due persone diverse.
Due che prima erano “uno”.

–Salgo le scale dei tre piani che mi separano dal pianerottolo di casa di mia madre. Il confronto su tutto ciò che ho dentro, su quanto abbia bisogno di parlarne non mi lascia scampo. Le domande nascoste e quella vana speranza che ripongo nelle risposte ogni volta che cerco di aprirmi alle domande è volata via, come questa notte–

L’uomo che cammina su quel ponte sono Io e mi chiamo Massimiliano.

da “Battaglia per la felicità” di M. Novato

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