Adolescenza 2

Quella settimana o poco più che passammo in quel posto, mi fece capire che le ragazze iniziavano a piacermi. Non che prima questo non succedesse, ma durante quell’estate ebbi delle pulsioni maggiori rispetto alle poche che avevo avuto fino a quel momento. In città del resto avevo la scuola, la mia passione per il calcio e per la Roma e non avevo tempo da perdere con queste cose. Ora non che l’amore non avesse mai fatto capolino nella mia giovane vita, anzi, già alle medie mi era capitato di avere una fidanzata, tale Monica, che aveva due sorelle di cui una, Simona, era sua gemella e una volta, per farmi uno scherzo (?) si era sostituita a lei permettendomi di sbaciucchiarmela per un bel po’ prima di dirmelo! Ma era passato più di un anno, avevo iniziato le superiori e le mie passioni mi prendevano tutto il (poco) tempo libero che mi lasciava lo studio. Avevo quindi evitato ogni tipo di contatto con l’altro sesso per questo quella vacanza può essere considerata a tutti gli effetti uno spartiacque tra il periodo di Monica ed uno successivo totalmente vuoto. Mi accorsi dell’avanzare delle (forti) pulsioni quando un giorno una ragazzetta fece capolino in piscina facendosi notare mentre “ammirava” i miei tuffi dal piccolo trampolino montato sul bordo della vasca. La notai per sbaglio, ma da quel momento il mio soggiorno si trasformò in un vero e proprio “stage” di allenamento di tuffi. Mia madre era disperata perché ogni volta che proponeva di andare al mare sia io che mio fratello ci opponevamo accampando qualsiasi scusa pur di andare a tuffarci in piscina. L’unica volta che capitolammo fu quando quella poveraccia ci propose di fare quegli stessi tuffi in un posto chiamato Furore. Qualunque scusa non avrebbe funzionato fummo quindi costretti ad acconsentire al volere di mia madre e andare in quello che scoprimmo essere un posto davvero meraviglioso. La sera poi la mamma propose di restare lì per mangiare una pizza, acconsentimmo anche a quella variazione, tanto ormai la giornata era andata. Con sommo dispiacere ricordo che il giorno successivo, tornando dall’edicola dove ero andato per comprare il mio settimanale preferito (il guerin sportivo), buttai l’occhio li dove sapevo essere la roulotte dove alloggiava quella specie di angelo, ma la piazzola era vuota. Se ne era andata cosi come era apparsa, senza avvertire, senza darmi nemmeno il tempo per chiederle il suo nome (in realtà di tempo ce ne era stato eccome, ma la mia timidezza mi aveva impedito di agire durante tutti quei giorni precedenti passati a tuffarmi dentro quella “maledetta” piscina). Non ricordo poi quanti ne passarono prima della dipartita per Roma, non credo molti, ma di sicuro ricordo la tristezza con cui li passai, quasi contandoli ora per ora, probabilmente per punirmi di ciò che non ero stato capace di fare. Questo aspetto di me ha poco a che fare con quella che poteva considerarsi a tutti gli effetti l’età della mia adolescenza dal momento che nella mia vita di uomo mi è ricapitato in più di un’occasione di comportarmi così, come se quella stupida lezione di vita di 30 anni prima non fosse servita a niente. Mentre scrivo questa che considero la mia battaglia ripenso agli accadimenti della mia vita (è ovvio, mi serve ricordare per scrivere) ma nonostante io li rielabori completamente con una visione (si presume) più matura, il risultato che mi ritrovo ad osservare all’interno del mio “io” più profondo è praticamente il medesimo di allora. Sconfitta. A volte sembra non essere passato nemmeno un giorno. È come se tutto ciò che è accaduto nel tempo successivo agli eventi si fosse smaterializzato senza lasciare alcuna traccia percettibile di se. Quella ragazza, quella passeggiata con il giornale in mano in attesa di rubarle uno sguardo, i tuffi insieme a mio fratello, mia madre vestita con i jeans bianchi attillati: tutto sembra essere lì dietro l’angolo, fermo ad aspettare me, un “me” che possa riscrivere “finali” diversi; ma è un “me” che non esiste o meglio che è inevitabilmente invecchiato; senza accettarlo. Ogni tanto mi fermo a pensare che non sarà affatto facile sopportarmi perché io non ho nessuna intenzione di arrendermi al tempo che passa e questo potrebbe rappresentare un problema per il sottoscritto dal momento che, pur sforzandomi, non riesco a non guardare alla vita come appunto ad una battaglia. Una volta assodato che le pulsioni erano inevitabilmente aumentate, affrontai il nuovo autunno con un senso di inquietudine fino a quel momento a me sconosciuto. Frequentavo una scuola prevalentemente maschile (c’erano cinque femmine in tutto) e venivo da un anno e mezzo di astinenza totale durante il quale la sola cosa che ogni tanto mi facesse pensare all’universo femminile era la masturbazione (nemmeno troppo frequente). Non sapevo come fare, come soddisfare quella voglia inaspettatamente risvegliata da quella ragazza “sconosciuta” del campeggio. Nel mio quartiere il gruppo di amici col quale uscivo era formato da tutti maschi e le uniche femmine che abitavano in zona facevano a gara per evitarci. Sembrava avessimo la lebbra o comunque c’era un qualcosa che secondo me non facilitava l’integrazione tra i due sessi. Ancora oggi non mi viene in mente nulla che possa in qualche maniera spiegarne i reali motivi. Eravamo troppo piccoli? Troppo stupidi? Troppo “bravi”? Troppo intenti a parlare solo di calcio e di motori? Era un problema che, dopo quella vacanza, sentivo addosso molto più dei miei amici, i quali ne parlavano tra loro più di quanto ne facessi io che preferivo restarmene da solo a giocare con la mente cercando lì dentro un piano “vincente” per portare a casa un risultato. È stato forse quello il primo momento dove il mio ego(ismo) ha iniziato a venire prepotentemente fuori.



da “La mia battaglia” di Massi Jax Novato.

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