Istanbul (Pamuk O.)

“Perché trovavo difficile stabilire quei rapporti e amicizie che tutti instaurano comodamente e spontaneamente, fatti di istanti più o meno piacevoli, e mi facevo prendere dall’ansia di recitare?”

E’ successo così, talmente all’improvviso, amico mio, che se e quando faccio qualcosa che ci accomunava, mi viene voglia di condividerla come se dovessi “tenerti informato”. Mentre leggevo Istanbul, ho pensato a tutte quelle volte che, parlando di viaggi, la nominavamo come una di quelle città assolute. Da vedere, da assaporare, da vivere intensamente; di come la immaginavamo rigorosamente in bianco & nero, immersa in quella tristezza proprio come piaceva a noi. Pamuk ci regala un affresco molto simile a quello che pensavamo. Il libro scorre scuro, acre, colmo di ombre, noir direbbero quelli bravi, denso, pieno di fumo e sfumature esistenziali. Se non è un capolavoro da questo punto di vista, beh, poco ci manca. Non so nemmeno se definirla letteratura da viaggio sai, mi sembra più una sorta di saggio esistenziale di un uomo immerso in una città che gli assomiglia in tutta la sua “complessità”. Questo è un libro che tu avresti comprato e letto immediatamente, di questo ne sono certo; ed è per questo motivo che scrivendo questa recensione, tento, forse invano, di raccontarti qualcosa da qui…

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