Antipodi

In questo periodo, tra le varie cose, sto leggendo due libri molto diversi tra loro. Uno è una raccolta di lettere di condannati a morte della Resistenza italiana scritte dai condannati stessi durante il periodo bellico. L’altro è un romanzo tipicamente americano, I privilegiati, che già dal titolo può far intuire a chi legge i motivi delle mie riflessioni.

Le lettere pubblicate da Einaudi (il testo in mio possesso è una ristampa dell’originale pubblicato in prima edizione nel ’52) è un regalo inaspettato che ho ricevuto qualche giorno fa e che mi ha immediatamente incuriosito, tant’è che ho iniziato a leggerlo subito. E’ una lettura particolare, completamente differente da come si può leggere un romanzo. Una lettura che non faccio fatica a definire riflessiva nonchè centellinata. Il romanzo di Dee, che tra l’altro è anche questo un regalo, lo avevo già iniziato pochi giorni prima, quindi mi sono ritrovato quasi senza farci caso ad affrontare due letture talmente differenti tra loro da portarmi a riflettere sul senso della vita, o almeno di questa vita.

Cito testualmente da “Lettere…” : Le lettere contengono la voce di uomini e donne, appartenenti a tutte le età e a ogni classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch’essa, in momenti estremi, comporta. Chiunque anche oggi le leggerà, vi troverà un’altra Italia e non potrà non domandarsi se davvero non ci sia più bisogno di quella voce e se, al contrario, non si debba fare di tutto per tramandarla e mantenerla viva nella coscienza, come radice da cui ancora attingere forza.

Io vi leggo libertà, vi leggo coscienza, vi leggo coerenza, vi leggo liberismo, vi leggo fierezza, e potrei continuare sino all’infinito a leggervi solo e soltanto qualcosa di significativo e di bello.

Ne “i privilegiati” di Dee cito testualmente dal retro della copertina : La storia di due mostri dei nostri giorni. Giovani, belli, pieni di soldi. Una saga di famiglia in cui la disonestà paga fino in fondo.

Vi leggo sfrontatezza ed impunità, arroganza del potere e del denaro. Vi leggo disonestà, prigionia, incoerenza. Potrei anche in questo caso continuare all’infinito o quasi …. senza trovarvi nulla di bello e/o altresì di significativo. O forse di significativo invece si…

Ora io non voglio assolutamente recensire qui Dee ed il suo romanzo, e men che meno le Lettere. Il punto è un altro. E’ la riflessione che due letture di questo genere ti portano a fare. Ti domandi dove è il confine tra una vita con degli ideali (dove scegli di morire per difenderli) ed un’altra ove non esistono affatto (e ne muori probabilmente privo). Rifletti sul senso della tua esistenza e credetemi non sono pippe mentali, nel modo più assoluto. Non credo neanche sia una questione nazionale, perchè il senso della vita non penso abbia bandiera. Rifletti sui valori che non ci sono. I valori che non una ma due guerre mondiali non sono bastate per accrecerne il senso di appartenenza. Leggendo i due libri oltrepassi un solco di sensazioni molto profondo. Leggi la disperazione composta di un condannato a morte. Ne leggi l’ardore, l’amore per la vita, e ti fa effetto la dignità con cui un uomo si appresta a morire. Poi cambi mano e prendi l’altro libro e ti salta immediatamente all’occhio lo smodato amore per il denaro (che non basta mai), la totale assenza di dignità nel ambire al conseguimento dei propri interessi, la machiavellicità con cui si tenta di raggiungerli, dimenticandosi di vivere per davvero la vita come andrebbe vissuta.

Le Lettere dei condannati a morte e le peripezie dei protagonisti del XXI secolo così ben descritti da Dee nel suo romanzo, ti fanno riflettere su quello che doveva essere e non è stato. Quella libertà per la quale gli eroi di tutto il mondo hanno combattuto. Quel qualcosa che oggi è mascherato da libertà, ma non è altro che schiavitù. Tutto ciò che quelle morti ci hanno insegnato non vale più o forse mai è valso qualcosa, se non quel paravento di libertà “vigilata” di cui ci siamo illusi noi poveri idioti che non abbiamo capito un cazzo.

Avremmo potuto avere tutto senza avere niente, oggi non abbiamo niente pur avendo tutto.

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